"Amy Winehouse: apologia di uno spreco" di Fabio Fiume

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Amy Winehouse - Apologia di uno spreco

di Fabio Fiume

 

Quanto talento, quanto carisma, quanta passione in quella voce black variegata di jazz, soul, rock, da sembrare quasi velluto soffice, quando intonava un brano come “Love is a losing game”, ultimissimo singolo di una carriera veloce nell’affermazione almeno quanto nella distruzione. Amy Winehouse non c’è più; e come tutti adesso anche noi si è qui a scriverne, a celebrare quanto di poco ma bello realizzato ed a trovare le parole giuste che trattino il suo vivere sregolato, come qualcosa che non sia figlio del vizio, ma di un malessere di vita. Può essere, certo. Quanto sappiamo effettivamente di una cantante venuta fuori nel 2003 con un album “Frank”, che ne svelava le intenzioni di chiara matrice black 60’s e che al contempo ce la proponeva con la faccia pulita, i capelli gonfi ed un fisico importante, per poi rincontrarla, tre anni dopo, con svariati kg in meno, ipertatuata, truccata, con pettinature che violavano le leggi di gravità terrestri e con in comune alla prima versione solo la passione per una musica retrò che manteneva intatto il miscuglio di stili fin li proposto. Da allora Amy si è presa sulle spalle un altro peso, quello di esser ambasciatrice di uno stile a cui in seguito si sono ispirate diverse sue colleghe e di sapere pertanto che da capostipite, non era ammesso alcun errore, né nei dischi, né nei live, né in quella vita fragile in cui invece gli errori sembravano susseguirsi senza alcuna pietà. E certo che oggi quel messaggio lanciato col singolo “Rehab”, celebrazione vera e propria della non voglia di disintossicarsi da alcol e droghe, pare essere proprio filosofia adattata, perpetrata in una vita che, come spesso accade, contrapponeva il genio alle sregolatezze e con esse performance miracolose a situazioni da dimenticare. Amy non c’è a spiegare cosa le sia passato per la testa quel giorno fatidico; non ci potrà raccontare ancora che si curerà e supererà quel momento, che sta lavorando ad un disco, prima reggae, poi ska, poi nuovamente black con la supervisione del solito amico dj e producer Mark Ronson. Ci ha lasciati tutti qui, orfani del suo talento e di quel terzo disco, tanto atteso ( 5 anni ) e mai arrivato, che adesso c’è da giurarci, troveranno il modo di farci ascoltare , perchè si sa, l’industria non si ferma nemmeno davanti alla scritta fine. Ma non è fine, la parola che ci viene in mente per Amy Winehouse; essa è troppo totalitaria, definitiva, certa. La parola giusta è :”spreco”. Essa ci verrà in mente ogni volta che sentiremo le note di quella “Love is a losing game”, ovvero “l’amore è una partita persa”, anche se oggi andrebbe riscritta sostituendo ad amore la parola vita, perchè per Amy purtroppo: “Life is a losing game”. Con immensa tristezza….addio.

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