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Amy Winehouse ed il disco voluto dagli altri - di Fabio Fiume

Martedì 31 Gennaio 2012, 08:52 in Nonsoloitaliani, Recensioni, Riceviamo e pubblichiamo di

Fabio Fiume recensisce l'album postumo di Amy Winehouse "Lioness: hidden e treasures"

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Parlare di un disco postumo, non è mai cosa facile! Parlare poi, di un disco postumo di una star che ancora aveva da dare tanto alla musica mondiale, è ancor più complicato e si corre il rischio di confondere la realtà dei fatti, la qualità di ciò che stai realmente ascoltando, con la magia di un eco che ti risuona nelle orecchie, ma sai non potrà più tornare.

Con queste premesse ci mettiamo all'ascolto di "Lioness: hidden e treasures", l'album che avrebbe dovuto ( forse solo in parte ) essere il terzo disco della sfavillante Amy Winehouse

Una carriera veloce, appena 8 anni, in cui la talentuosa londinese con il soul nella voce ( non s'intende solo il soul come stile musicale, ma l'anima vera ) è riuscita a regalarci solo due album, campioni di stile, che il via han poi dato a tutta una serie di emulazioni, alcune riuscite, altre decisamente meno. E così, come spesso accade, la discografia non si ferma di fronte ad una dipartita tanto veloce, quanto veloce è stata l'ascesa; i soldi spesi in pre-produzione vanno recuperati, il contratto che magari prevedeva altri album in qualche modo deve essere rispettato, ed allora si chiamano i fidati produttori di Amy, ovvero Salam Remi e Mark Ronson e gli si chiede di metter insieme un album con quanto la sfortunata, ma anche irrecuperabile vocalist, era riuscita a completare e laddove vi fossero cose sviluppate solo a livello embrionale, di terminarle per mettere in piedi il tanto atteso terzo lavoro. Ed i due così han fatto. Ne salta fuori un disco, che suona come una "mischia francesca" riuscita solo in parte, che regala una manciata di altre ( poche ) nuove canzoni e reinterpretazioni di evergreen o addirittura brani propri.

Tra i classici ripresi c'è "Body and soul", ultima vera incisione di Amy, realizzata insieme a Tony Bennett per il suo disco di duetti, "The girl from Ipanema" in cui la cantante dava prova ( come se ce ne fosse stato bisogno ) di saper stare anche su ritmi bossa e "A song for you" brano del 1970 di Leon Russell, che han cantato un po' tutti e che nella versione della Winehouse si riempie di quella vena malinconica che solo una profonda sofferenza di vita può conferire; ed è puro incanto. Bellissima la versione originale, qui proposta, di uno dei suoi brani migliori di sempre, quella "Tears dry on their own", che da "Back to black" fu estratta come terzo singolo, e che qui perde gran parte dell'arrangiamento e ritmo, per restare un concentrato di piano, voce e sensualità da night club; Amy l'aveva scritta proprio così, prima della supervisione di Ronson. Proprio per Ronson, Amy Winehouse aveva inciso "Valerie", che tutti cercavano nei dischi della cantante senza trovarla, se non nella edizione deluxe dell'ultimo lavoro. Ecco, qui che anche "Valerie" ha trovato il suo posto. Il resto è davvero poca cosa, dal "reagghettino" facile, facile di "Our day will come", alla collaborazione con Nas in "Like smoke", che potrebbe al massimo impressionare le radio, ma non la storia musicale di Amy. Che però ci manca tanto, lei, la sua voce piena di pathos, la sua pettinatura che faceva un baffo alla cofana di Moira Orfei ( e qui immortalata in copertina da una stupenda foto di Bryan Adams ), la sua anima, quella con cui siamo stati a contatto troppo poco per averne abbastanza e che adesso ci fa sembrare più bello anche un disco che... forse lei non avrebbe mai pubblicato così.
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